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Ponte di Genova: necessario coinvolgere le eccellenze dell’ingegneria e delle costruzioni

Il presidente Scicolone: preoccupano nel mondo dell’imprenditoria italiana le dichiarazioni del Governo sulle modalità di ricostruzione
 
«A Genova è necessario coinvolgere le eccellenze dell’ingegneria e delle costruzioni». L’Oice, l’Associazione aderente a Confindustria che riunisce le società di ingegneria e architettura italiana, interviene nel dibattito sulla ricostruzione del Ponte Morandi con il Presidente Gabriele Scicolone: «Preoccupano e provocano disappunto nel mondo dell’imprenditoria italiana le dichiarazioni di questi ultimi giorni sulle modalità di ricostruzione del ponte. Il Governo indica con dichiarazioni pubbliche da chi sarà realizzato (ribadito nell’audizione davanti alla Camera del 27 agosto dal Ministro Toninelli); mi chiedo come si possa, con una sola dichiarazione, da una parte delegittimare tutto il sistema imprenditoriale dei costruttori e delle società di ingegneria private italiane, relegandole a ruolo di spettatori incolpevoli e presunti malfattori e dall’altra dare una lenzulolata al sistema degli appalti in vigore in questo Paese, lasciando tutti gli operatori sgomenti e con una sensazione di incertezza sul futuro prossimo. Da imprenditore e da manager mi chiedo, come si chiedono tanti colleghi, se ha senso fare impresa in un Paese che etichetta, ancorché se sull’onda emotiva di fatti terribili, tutto il modo imprenditoriale come truffaldino o incapace. Noi, tra i migliori progettisti del mondo, che viviamo in uno dei Paesi con la più alta densità di ponti e viadotti per km lineare, da noi progettati e costruiti, dobbiamo oggi sottostare a dichiarazioni che, implicitamente ma visibilmente, ci estromettono dal nostro mestiere». 

Per Scicolone «si può capire l’urgenza, e saremo pronti a capire le eventuali procedure d’urgenza che il Governo adotterà, ma non si può rimanere in silenzio di fronte ad una assegnazione fatta ai microfoni della televisione a favore di una impresa, sia pure di Stato, di un’opera di tale importanza, senza tenere conto del mondo imprenditoriale, se non italiano, internazionale, che potrebbe voler portare il proprio valore e contributo con la legittima volontà di costruire un’opera, aiutare le comunità, lasciare un’impronta sul territorio (una mission fondamentale del mestiere degli ingegneri ed architetti) e, perché no, trarne del legittimo profitto».
Così conclude il presidente dell’Oice: «Il ponte Morandi è stato un’opera dell’ingegno italiano, crollata per effetto di numerose concause che ci auguriamo vengano quanto prima acclarate, ma che non sono ascrivibili a chi oggi progetta o costruisce».

GARE AL MASSIMO RIBASSO, PALAZZO SPADA: ECCO COME VA CORRETTA LA SOGLIA DI ANOMALIA

Consiglio di Stato (adunanza plenaria) indica la procedura da seguire per determinare la soglia di anomalia nella procedura ex articolo 97, comma 2, lettera “b”
 
Il Consiglio di Stato, in adunanza plenaria, interviene sul criterio di aggiudicazione al massimo ribasso, enunciando un principio di diritto di carattere regolamentare, volto a disciplinare la determinazione dell’anomalia procedendo al taglio delle ali. La decisione di Palazzo Spada arriva a poca distanza di tempo da un’altra pronuncia in materia di procedura con il criterio del massimo ribasso. Il 6 agosto scorso, infatti, la V sezione del Consiglio di Stato (pronuncia n.4821) aveva indicato la linea da seguire per la procedura ex articolo 97, comma 2, lettera “a”
Ora invece il Consiglio di Stato – questa volta in adunanza plenaria – affronta la procedura ex articolo 97, comma 2 lettera “b”, indicando la strada da seguire tra due orientamenti divergenti e relativi alla determinazione della media aritmetica della soglia di anomalia. I giudici della Plenaria sono stati chiamati in causa dalla Quinta Sezione, nella cui ordinanza di rimessione (n.3472/2018, su appello di una sentenza del Tar Umbria), hanno preso atto di due divergenti orientamenti della giurisprudenza circa l’interpretazione di una novità introdotta dal nuovo codice (sulla quale la prassi del “vecchio” Dlgs 163 non era in grado di fornire indicazioni).
 
I due diversi orientamenti
 
Per prima cosa i giudici della Plenaria individuano l’elemento “di confusione” che ha originato la divergente giurisprudenza. Elemento che, più precisamente, riguarda la duplice possibilità su quali e quante offerte devono essere prese in considerazione per calcolare la somma dei ribassi, al fine di determinare il cosiddetto fattore di correzione: tutte quelle presentate oppure solo quelle che residuano dopo il taglio delle ali. «Mentre nel ‘Codice’ del 2006 – spiegano i giudici – era palese che le uniche offerte da prendere in considerazione ai fini del computo della media aritmetica (e quindi, della soglia di anomalia) fossero quelle ‘ammesse’, ma al netto del c.d. ‘taglio delle ali’; al contrario il nuovo ‘Codice’ non fornisce immediata chiarezza circa le offerte da prendere in considerazione ai fini delle operazioni di computo di cui al più volte richiamato articolo 97, comma 2, lettera b)». 
In assenza di indicazioni chiare, la prassi delle stazioni appaltanti ha dato luogo a due diversi metodi.
 
 Il primo metodo, in base a un orientamento che i giudici definiscono “dissociativo”, discende da una interpretazione del Codice che va nel senso di tenere distinte, da un lato, «la platea dei concorrenti in relazione ai quali determinare la media aritmetica dei ribassi (platea che andrebbe individuata previo il ‘taglio delle ali’)» e, dall’altra, «la platea dei concorrenti da prendere in considerazione al fine della determinazione del c.d. ‘fattore di correzione’ (platea che andrebbe identificata con l’intero novero dei concorrenti ammessi, senza ‘taglio delle ali’)».
 
Nel secondo caso, in base all’orientamento definito “associativo”, «la locuzione ‘offerte ammesse’ (al netto del ‘taglio delle ali’) di cui alla prima parte del comma 2, lettera b) e la locuzione ‘concorrenti ammessi’ di cui alla seconda parte della disposizione farebbero riferimento a platee omogenee (ambedue da individuare previo il ‘taglio delle ali’).
 
Il principio di diritto, a favore del metodo “associativo”
 
Dopo la loro argomentazione, i giudici della Plenaria concludono che «prevalenti ragioni inducano a propendere per la seconda delle richiamate opzioni», cioè l’orientamento contrario a quello che, nella vicenda trattata, aveva applicato l’Anas e che il Tar aveva avallato. 
Il Consiglio di Stato ha infatti optato per il secondo metodo, enunciando un principio di diritto, che rappresenta di fatto, un “pezzetto” di regolamento riferito all’articolo 97, comma 2, lettera “b”. «L’articolo 97, comma 2, lettera b) del decreto legislativo 50 del 2016 – affermano i giudici della Plenaria – si interpreta nel senso che la locuzione “offerte ammesse” (al netto del c.d. ‘taglio delle ali’) da prendere in considerazione ai fini del computo della media aritmetica dei ribassi e la locuzione “concorrenti ammessi” da prendere in considerazione al fine dell’applicazione del fattore di correzione fanno riferimento a platee omogenee di concorrenti. Conseguentemente, la somma dei ribassi offerti dai concorrenti ammessi (finalizzata alla determinazione del fattore di correzione) deve essere effettuata con riferimento alla platea dei concorrenti ammessi, ma al netto del c.d. ‘taglio delle ali’».
In altre parole, affermano i giudici, la determinazione aritmetica della media dei ribassi e della somma dei ribassi, deve essere eseguita su una platea omogenea di offerte.
 
Sul «fattore di correzione» sintonia con Anac
 
Nella pronuncia, il Consiglio di Stato, riferisce che «anche l’Anac (sia pure con atti di portata non vincolante) ha aderito all’opzione interpretativa di cui sopra. In particolare, le Linee Guida n. 4 (recanti “Procedure per l’affidamento dei contratti pubblici di importo inferiore alle soglie di rilevanza comunitaria, indagini di mercato e formazione e gestione degli elenchi di operatori economici”, nel testo aggiornato con la delibera n, 206 del 1° marzo 2018), al punto 5.2.6, sub k) hanno stabilito che “nel caso di sorteggio del metodo di cui all’articolo 97, comma 2, lettera b) del Codice dei contratti pubblici, una volta operato il cosiddetto taglio delle ali, occorre sommare i ribassi percentuali delle offerte residue e, calcolata la media aritmetica degli stessi, applicare l’eventuale decurtazione stabilita della norma tenendo conto della prima cifra decimale del numero che esprime la sommatoria dei ribassi”».

Protocollo Ance-sindacati per far ripartire l’edilizia: riforma codice e pagamenti tra le priorità

Un protocollo di azioni comuni per il rilancio del settore dell’edilizia. Su tutti la riforma del codice appalti, ma anche i ritardi nei pagamenti, i crediti deteriorati, riqualificazione urbana, dissesto idrogeologico per arrivare a temi tipicamente settoriali, come la creazione di un’apposita anagrafe di cantiere, la riduzione del costo del lavoro, l’abbassamento delle aliquote contributive.
 
Il vice-presidente dell’Ance, Dott.  Garantola, spiega quali saranno le prossime mosse: «La firma del contratto è stata molto sofferta vista la dura crisi in cui versa da oltre dieci anni il settore. Il codice appalti ci ha sotterrato creando enormi difficoltà nel settore pubblico. Siamo pronti a partire con dei tavoli condivisi su temi specifici con le organizzazioni cooperative di settore e i rappresentanti di Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal-Uil per rivendicare le nostre richieste. Sul piano dei pagamenti, al Nord ancora ci salviamo ma nell’85% del resto del paese le attese sono di 150 giorni e in questo modo non si può andare avanti. Inoltre l’edilizia, in termini di cassa integrazione al 4,7%, è il settore che sta pagando più di tutti. L’importo è notevole: abbiamo versato di più di quanto incassato».
 
Le parti firmatarie del protocollo si impegnano ad attivarsi nei confronti delle istituzioni per contenere il costo del lavoro e rilanciare l’occupazione, accelerare la cantierizzazione delle opere, favorire gli investimenti pubblici e privati.
 
‘ l’obiettivo è quello di rendere cedibili integralmente a banche e intermediari finanziari i crediti fiscali dei cittadini riguardanti i bonus per ristrutturazioni, adeguamenti sismici ed ecobonus.

Stadio Cagliari – 30mila spettatori per gli eventi internazionali

La nuova casa del Cagliari diventa di 30mila posti per poter ospitare manifestazioni internazionali.

Il progetto di partenza del nuovo impianto che sorgerà sulle ceneri del vecchio Sant’Elia (il Cagliari sta giocando ora in uno stadio provvisorio, la Sardegna Arena) prevedeva circa 25mila posti. Ma evidentemente, in corso d’opera, la società si è resa conto che uno stadio più ampio può aprire nuovi scenari, preclusi in caso di capienza ridotta. Il progetto è affidato alla Sportium, società che coinvolge Progetto Cmr, iDeas, B&L Real Estate e Manica Architecture, dello statunitense David Manica, archistar che ha messo la sua firma su stadi e arene in tutto il mondo. Tra i suoi lavori anche il nuovo Camp Nou di Barcellona. Tempi di consegna? Il sogno era quello del 2020, 100° anniversario del Cagliari calcio e 50° della conquista dello scudetto, ma i tempi potrebbero essere più lunghi.

Quanto costano alle imprese gli oneri per la sicurezza in caso di manodopera

La valutazione dei costi può contribuire significativamente al raggiungimento di un equilibrio tra la libertà di iniziativa economica e il rispetto dei diritti dei lavoratori.
 
Il quadro normativo in materia di contratti pubblici risulta particolarmente attento alla tutela dei lavoratori, sia sotto il profilo della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro sia sotto quello strettamente economico-retributivo.
 
In particolare, nel D.lgs. n. 50/2016 (Codice dei contratti pubblici) sono presenti numerose disposizioni la cui matrice comune va individuata nell’esigenza di evitare che le dinamiche concorrenziali diano luogo a una compressione dei diritti dei lavoratori coinvolti nell’esecuzione degli appalti. In altre parole, va scongiurato il rischio che l’affidamento dei contratti pubblici avvenga sulla base di una competizione al ribasso sugli adempimenti a tutela dei lavoratori, escludendo al contempo dal mercato le imprese più attente ai diritti sociali.
 
La disposizione di cui all’art. 95, comma 3, lett. a), la quale vieta che siano aggiudicati sulla base del criterio del minor prezzo i servizi ad alta intensità di manodopera, e la previsione di cui all’art. 105, comma 14, per cui l’affidatario deve corrispondere alle imprese subappaltatrici i costi della sicurezza e della manodopera relativi alle prestazioni affidate in subappalto senza alcun ribasso.
 
Questa tendenza legislativa risulta confermata dal D.lgs. n. 56/2017 (c.d. decreto correttivo), il quale, modificando l’art 95, comma 10, ha ripristinato a carico dei concorrenti l’obbligo – già previsto dall’art. 86, comma 3-bis del D.lgs. n. 163/2006 – di indicare separatamente nell’offerta economica i costi della manodopera connessi all’esecuzione del contratto. Pertanto, l’art. 95, comma 10, nella sua attuale versione, impone ai concorrenti di indicare specificamente sia i costi della manodopera sia gli oneri aziendali concernenti l’adempimento delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, ad eccezione dei casi di affidamento diretto ai sensi dell’art. 36, comma 2, lett. a) e delle ipotesi in cui il contratto abbia ad oggetto forniture senza posa in opera o servizi di natura intellettuale.
 
Lo stesso D.lgs. n. 56/2017 ha modificato l’art. 23, comma 16, introducendo l’obbligo per le stazioni appaltanti di riportare nei documenti posti a base di gara la stima dei costi della manodopera che concorrono alla determinazione della base d’asta.
 
Le previsioni del Codice sono confluite nel bando-tipo per l’affidamento di contratti pubblici di servizi e forniture predisposto dall’Anac (bando-tipo n. 1/2017), il quale contiene anche alcuni interessanti spunti interpretativi.
 
Nel bando-tipo (che in realtà costituisce un vero e proprio schema di disciplinare di gara) si precisa innanzitutto che l’obbligo per le stazioni appaltanti di individuare, nei documenti posti a base di gara, i costi della manodopera (art. 23, comma 16) non trova applicazione nelle stesse ipotesi in cui gli operatori economici siano esonerati dall’indicazione specifica di tale voce nell’offerta economica (forniture senza posa in opera e servizi di natura intellettuale).
 
A dimostrazione della rilevanza attribuita alla tutela dei lavoratori, nella nota illustrativa del bando-tipo si chiarisce che anche in caso di contratti misti con una componente maggioritaria di forniture senza posa in opera o di servizi di natura intellettuale, i concorrenti dovranno comunque indicare nelle proprie offerte economiche i costi della manodopera e della sicurezza per le forniture e i servizi non rientranti nelle categorie escluse. E ciò a prescindere, dunque, dalla rilevanza che la componente di manodopera assume nell’economia del contratto da affidare.
 
Il bando-tipo, poi, dispone espressamente che la busta economica debba contenere, pena l’esclusione del concorrente, la stima dei costi della manodopera e degli oneri di sicurezza aziendali. Per quanto tale previsione possa apparire meramente riproduttiva di una disposizione di legge, occorre tuttavia considerare che l’art. 95, comma 10 è al momento oggetto di un’incerta applicazione giurisprudenziale per quanto riguarda le conseguenze derivanti dal mancato adempimento di siffatti obblighi dichiarativi nel caso in cui la lex specialis non li richiami espressamente e non colleghi ad essi la sanzione espulsiva.
 
E infatti, a una tesi rigorosa, per la quale il concorrente che non abbia indicato i costi della manodopera e della sicurezza andrebbe sempre escluso, se ne contrappone un’altra secondo la quale in questi casi andrebbe verificato se il concorrente abbia o meno considerato tali voci di costo nel formulare la propria offerta economica. In altre parole, occorrerebbe accertare se quella in cui è incorso il concorrente sia una mera omissione dichiarativa o piuttosto una carenza sostanziale dell’offerta, insuscettibile di essere sanata mediante soccorso istruttorio (art. 83, comma 9). Sul punto, va segnalato che il Tar Lazio, con riferimento ai costi della manodopera, ha recentemente investito della questione la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Tar Lazio – Roma, sez. II bis, 24 aprile 2018, ord. n. 4562).
 
Considerato lo scenario descritto, l’inserimento nel bando-tipo di una clausola che espressamente impone ai concorrenti di specificare, a pena di esclusione, i costi della manodopera e gli oneri per la sicurezza risulta tutt’altro che superfluo ed anzi opportuno in un’ottica di tutela dell’affidamento degli operatori economici, di omogeneizzazione delle leggi di gara e, auspicabilmente, di deflazione del contenzioso.
 
Ovviamente, l’anticipazione dell’indicazione di tali costi nell’ambito dell’offerta economica impone alle imprese di valutare attentamente, già in sede di formulazione dell’offerta, gli oneri economici connessi all’impiego di manodopera, i quali saranno oggetto di valutazione in sede di verifica di congruità, secondo quanto previsto dall’art. 97.
 
In particolare, con riferimento ai costi della manodopera, nel sub-procedimento di valutazione delle offerte sospettate di anomalia, la stazione appaltante dovrà innanzitutto accertare il rispetto dei trattamenti salariali minimi, in relazione ai quali, considerata la loro natura inderogabile, non sono ammesse giustificazioni (art. 97, comma 6).
 
Al contrario, può ritenersi ammissibile uno scostamento dal valore medio del costo del lavoro indicato nelle apposite tabelle del ministero del Lavoro e delle politiche sociali. I costi riportati nelle tabelle ministeriali esprimono infatti solo dei valori indicativi, dai quali l’operatore potrà discostarsi qualora dimostri la sussistenza di specificità aziendali (ad es. maggior tasso di presenza rispetto a quello considerato nelle tabelle ministeriali, agevolazioni contributive) tali da ridurre il costo del personale.
 
A conferma della necessità che gli operatori economici valutino attentamente i costi della manodopera relativi all’esecuzione dell’appalto, si segnala che l’art. 95, comma 10, come modificato dal D.lgs. n. 56/2017, stabilisce che le stazioni appaltanti “prima dell’aggiudicazione procedono a verificare il rispetto di quanto previsto all’articolo 97, comma 5, lettera d)” e, cioè, che il costo del personale non è inferiore ai minimi salariali retributivi indicati nelle apposite tabelle di cui all’articolo 23, comma 16 .
 
Pertanto, anche qualora nel corso della procedura di selezione non abbia avuto luogo il sub-procedimento di verifica di congruità, andranno in ogni caso esaminati i costi della manodopera indicati dal concorrente che ha presentato la migliore offerta, attraverso un passaggio procedimentale che dovrà obbligatoriamente precedere l’aggiudicazione.
 
Considerate le finalità perseguite dal legislatore attraverso la richiesta ai concorrenti di indicare i costi della manodopera, non risulta del tutto chiara l’esclusione di tale obbligo per i servizi di natura intellettuale, i quali sono comunque caratterizzati dall’impiego di forza lavoro, sia pure non qualificabile in termini di “manodopera”. Va tuttavia segnalato che la stazione appaltante, in sede di verifica di congruità, dovrà esaminare tutte le voci di costo dell’offerta e, dunque, anche il costo del personale relativo ai servizi di natura intellettuale, il quale dovrà pertanto essere accuratamente stimato dal concorrente in sede di predisposizione dell’offerta economica.
 
Da una prospettiva di carattere generale, la valutazione dei costi della manodopera e della sicurezza nell’ambito dell’esame delle offerte economiche, se da un lato ha l’obiettivo primario di assicurare alle stazioni appaltanti controparti serie e affidabili, dall’altro può contribuire significativamente al raggiungimento di un equilibrio tra la libertà di iniziativa economica e il rispetto dei diritti dei lavoratori, attraverso l’estromissione di quegli operatori che, invece di perseguire l’efficienza dei processi produttivi e dei modelli organizzativi, cerchino di aggiudicarsi le commesse pubbliche facendo economia sugli adempimenti a tutela dei lavoratori.

Codice appalti/1. Ecco le 10 proposte Ance-Anci per la riforma: no alle Linee guida e ritorno all’appalto integrato

Regole più soft per la qualificazione dei piccoli Comuni, massimo ribasso fino a 5,5 milioni, norme per alleggerire il contenzioso
 
I costruttori dell’Ance (Confindustria) e l’Associazione nazionale dei Comuni (Anci) hanno presentato il 19 luglio a Roma, alla sede Ance, un documento congiunto con dieci proposte per riformare il Codice appalti 2016 e superare così quella che definiscono «una disciplina troppo articolata», le «incertezze operative», le difficoltà dei piccoli Comuni, i tempi lunghi di realizzazione delle opere.
La proposta più forte è quella di abrogare i circa 30 provvedimenti attuativi del Codice (su 66, vedi la tabella Ance) finora emanati, eliminando il potere normativo dell’Anac (Autorità anticorruzione) e sostituendo tutti i decreti attuativi e Linee guida Anac con un unico regolamento. Le altre proposte sono nell’ordine della semplificazione delle procedure e nella flessibilizzazione di alcuni istituti chiave del nuovo Codice, come l’appalto su progetto esecutivo, il no al massimo ribasso, l’accorpamento delle stazioni appaltanti.
 
1) Prevedere un’unica fonte regolamentare per l’attuazione del Codice appalti, abrogando tutti i provvedimenti attuativi ed eliminando il potere normativo dell’Anticorruzione (Linee guida). Ance e Anci ci tengono però a ribadire che questo non significa eliminare le funzioni dell’Anac in materia di vigilanza e controllo sugli appalti, e di deflazione del contenzioso. «L’Anac – scrivono – deve mantenere il suo presidio forte a garanzia della legalità e la lotta alla corruzione nel settore degli appalti pubblici». «E siamo favorevoli – aggiunge a Radiocor Plus il vice-presidente Ance Edoardo Bianchi (nella foto) – a rafforzare il pre-contenzioso da parte dell’Anac, per semplificare e accelerare la soluzione delle liti emerse in sede di gara o tra imprese e stazioni appaltanti».
 
2) Semplificazione per i piccoli Comuni e loro aggregazioni. Ance e Anci chiedono in sostanza deroghe agli obiettivi posti dal Codice per le stazioni appaltanti, rivelatisi troppo ambiziosi per i piccoli Comuni. Si chiede dunque di attenuare i requisiti professionali richiesti per l’individuazione e la nomina del RUP (responsabile procedimento), quali anzianità di servizio e obbligo che sia dipendente di ruolo; semplificazioni per la procedura negoziata (trattativa privata); fino a 1 milione di euro la possibilità di nominare commissari interni.
 
3) Qualificazione stazioni appaltanti, regole più morbide. Qualificare di diritto (senza verifiche) le Città Metropolitane e le Province; consentire a stazioni appaltanti e centrali di committenza di qualificarsi anche per una sola delle fasi dell’appalto: a) programmazione e progettazione, b) affidamento, c) verifica e esecuzione del contratto. L’obiettivo, spiega il documento Ance-Anci, è «una regolazione che valorizzi le aggregazioni già esistenti», Unioni di Comuni e centrali di committenza tra enti locali. Il presidente dell’Anac Cantone ha chiesto invece nella sua relazione la rapida emanazione del decreto sulla qualificazione delle stazioni appaltanti, che mantiene standard più elevati per tutti e obbliga Comuni (piccoli ma anche grandi) a delegare a soggetti aggregatori il ruolo di stazione appaltante se non si possiedono i requisiti organizzativi previsti dal decreto (mai emanato) in relazione alle diverse tipologie di appalto (dimensioni e complessità).
 
4) Piattaforme di e-procurement, accelerare la definizione delle regole tecniche. Si chiede anche qui più flessibilità, cioè la possibilità di Comuni e soggetti aggregatori locali di qualificarsi autonomamente con proprie piattaforme elettroniche di negoziazione (l’obbligo scatta il 18 ottobre prossimo).
 
5) Ritorno all’appalto integrato. Una delle principali novità del Codice 2016 era l’obbligo di mandare senpre in gara i lavori sulla base del progetto esecutivo, come nella legge Merloni 1994 post-Tangentopoli, per ridurre il contenzioso post-gara e le varianti. Anci e Ance raccontano però di difficoltà, sempre soprattutto dei piccoli Comuni, nel fare le progettazioni, e chiedono dunque di tornare all’appalto integrato “libero”, cioè «prevedere che le stazioni appaltanti possano ricorrere all’affidamento alle imprese della progettazione esecutiva e dell’esecuzione di lavori sulla base del progetto definitivo», munito di pareri e autorizzazioni.
 
6) Limiti all’offerta economicamente più vantaggiosa e parziale ritorno al “massimo ribasso”. Uno degli altri “nemici” dichiarati con il Codice appalti 2016 erano i maxi-ribassi nelle gare (con conseguente contenzioso in corso d’opera) e la valutazione in gara senza badare alla qualità delle offerte. Da qui il divieto di gare al massimo ribasso per lavori sopra i 2 milioni di euro. Tuttavia secondo Ance e Anci la valutazione con criteri qualitativi per (quasi) tutte le gare si è rivelata troppo complessa, soprattutto anche in questo caso per i piccoli Comuni, «una delle cause di maggior blocco delle gare per la realizzazione di opere pubbliche, in quanto legate a una specializzazione e qualificazione delle stazioni uniche appaltanti ancora inattuata». La proposta è dunque di alzare fino alla soglia Ue (5,548 milioni di euro) le gare al massimo ribasso, consentendo «l’utilizzo del criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa solo in presenza di complessità tecnica dell’appalto».
 
7) Semplificazioni nel subappalto. La disciplina vigente in materia di subappalto – spiegano costruttori e Comuni – sta rallentando lo svolgimento delle gare in quanto prevede che per gli appalti superiori alla soglia comunitaria, in sede di gara, l’operatore economico partecipante indichi una terna di subappaltatori. Si chiede dunque di eliminare tale obbligo, al limite mantenendolo solo a carico dell’impresa aggiudicataria, prima della firma del contratto. Nulla si dice invece sul limite massimo del 30% ai subappalti, introdotto dal Codice, contro il, quale l’Ance ha avviato da tempo una causa presso le istituzioni europee, arrivata fino alla soglia della sentenza finale della Corte di Giustizia Ue.
 
8) Accelerare la definizione del contenzioso negli appalti. Il documento Ance-Anci precisa – cifre del Consiglio di Stato alla mano – che il fenomeno dei ricorsi alla giustizia amministrativa riguarda soprattutto le grandi opere (solo il 3% dei casi sul totale delle gare di lavori). Si propone comunque – per le opere “prioritarie” (grandi o piccole) di estendere la norma di legge obiettivo che frena le misure cautelari dei giudici, poi di rafforzare le sezioni dei tribunali specializzate per le imprese, o ancora meglio di eliminare il giudizio cautelare fissando giudizi semplificati entro 30 giorni in materia di appalti. E poi: disincentivare i ricorsi “temerari” (con penalizzazioni per i ricorrenti), potenziare il pre-contenzioso in capo all’Anac e l’istituto dell’accordo bonario.
 
9) Servizi di architettura e ingegneria, alzare a 209mila euro la soglia per le procedure negoziate. Mentre per i servizi e le forniture, in generale, il tetto massimo pe gli affidamenti a “trattativa privata” è di 209mila euro, per i servizi di architettura e ingegneria il tetto è stato abbassato a 100mila euro. Ance e Anci propongono di uniformare tale soglia a quella generale di 20mila euro.
 
10) Procedure negoziate sottoglia, articolate proposte Ance-Anci che eliminano la possibilità di sorteggio “tout court” sotto 1 milione di euro e consentono (oggi è vietato) favorire le imprese locali negli inviti, fino a 500mila euro.
Eccole: per i lavori fino a 40mila euro, favorire l’affidamento diretto; 40mila-150mila euro, il Rup sceglie liberamente gli invitati, anche attraverso criteri che favoriscono l’imprenditoria locale, sempre nel rispetto del principio di rotazione degli inviti; 150mila-500mila euro, il Rup utilizza un meccanismo di “sorteggio pubblico qualificato”, che preveda di riservare il 50% degli inviti alle imprese “locali” idoneamente qualificate e che hanno manifestato interesse, e il restante 50% a tutte le altre imprese che hanno manifestato interesse, sempre idoneamente qualificate; 500mila-1 milione di euro, procedura aperta e procedura negoziata con indagine di mercato e obbligo per la stazione appaltante di invitare tutti i soggetti idoneamente qualificati che hanno manifestato interesse – in entrambi i casi – con semplificazioni procedurali(gara con metodo antiturbativa, solo con l’offerta, verifiche a “campione” in gara e verifica dei requisiti solo per l’aggiudicatario come previsto dall’articolo 36 comma 5 del Codice).
 

Riforma del Codice, proposte congiunte da Ance e Comuni: «Ritorno al regolamento»

Allargamento dell’appalto integrato, no alla terna dei subappaltatori, più massimo ribasso, salvare le Unioni di Comuni
 
Si scaldano i motori per la riforma del codice degli appalti che il governo ha promesso a breve e che potrebbe arrivare – come anticipazione di norme da rafforzare poi in Parlamento – con il decreto legge in preparazione per la prossima settimana. Costruttori e comuni, rappresentati rispettivamente da Ance e Anci, fanno la prima mossa sulla scacchiera del confronto pubblico presentando oggi (19 luglio) un documento congiunto che conterrà dieci proposte di modifica dell’attuale codice.
 
Un lavoro che parte dalle difficoltà e dalle impasse dei mesi scorsi – solo parzialmente superate da una controversa ripresa dei bandi di gara – per incidere in modo rilevante sugli assetti dell’attuale codice. Le due organizzazioni difendono nell’introduzione della loro proposta l’impostazione di fondo del codice. Gran parte degli interventi proposti sono mirati e chirurgici, tuttavia su aspetti rilevanti: l’estensione dell’appalto integrato che consente di tornare a gare sulla base del progetto definitivo e non esecutivo; il recupero delle gare con massimo ribasso e la limitazione dell’obbligo di offerta economicamente più vantaggiosa ai soli progetti complessi; la semplificazione del subappalto con l’indicazioni dei subappaltatori dopo la gara; flessibilità della qualificazione delle stazioni appaltanti con il salvataggio delle aggregazioni dei piccoli comuni e la qualificazione di diritto delle centrali di Comuni metropolitane e province; nuovi strumenti per ridurre il contenzioso, l’eliminazione della responsabilità amministrativa-contabile dei dirigenti Pa quando attuano sentenze o indicazioni Anac; l’estensione delle procedure negoziate per i servizi di progettazione e l’eliminazione del sorteggio per decidere chi invitare al confronto nelle gare di lavori.
 
Interventi chirugici su aspetti importanti. Ci sono però anche due interventi che incidono su aspetti “sistemici” delcodice, intaccandone una delle chiavi di fondo, la soft law, vera “colpevole” dell’impasse che si è creata secondo le due organizzazione.
 
Il primo aspetto è l’impianto di attuazione del codice, considerato troppo complesso e generatore di incertezza per Pa e operatori economici. Numerosi i rilievi, dalla mancanza di un adeguato periodo transitorio alla mancata attuazione (dei 66 provvedimenti previsti ne sono stati approvati meno della metà) all’«aumento della regolamentazione rispetto a quanto richiesto dalle direttive europee, in contrasto con il divieto del cosiddetto gold plating». Nelle proposte Ance-Anci c’è quindi il ritorno a un regolamento generale attuativo unico e vincolante che assorba (e abroghi) tutti i provvedimenti attuativi, comprese le linee guida dell’Anac.
 
Il secondo aspetto “sistemico” riguarda proprio i poteri dell’Anac. Oggi Ance e Anci difenderanno il ruolo dell’Anac e del presidente Cantone ai fini della difesa della legalità nel settore. E anche la proposta prevede che siano mantenute e in alcuni casi anche potenziate «le funzioni di vigilanza, controllo e deflazione del contenzioso». Quello che non viene citato, perché si suppone non coerente con il nuovo modello di attuazione, è il potere di regolazione dell’Anac che costituiva la grande novità del codice.

LE PROPOSTE ANCE-ANCI IN PILLOLE
REGOLAMENTO GENERALE
Alt a linee guida autonome. Tornare a un regolamento generale unico vincolante che enga all’interno tutte le norme attuative, comprese le linee guida dell’Anac.

PICCOLI COMUNI
Semplificazioni per salvare le aggregazioni
. Occorre una semplificazione con eroghe alla disciplina generale per salvare le aggregazioni in atto fra piccoli comuni.

E-PROCUREMENT
Accelerare le piattaforme.
Dal 18 ottobre scatta l’obbligo di pubblicare i bandi solo su piattaforme elettroniche: chiesta una proroga finché non arrivano le regole tecniche.

APPALTO INTEGRATO

Gare su progetto definitivo. Consentire alle stazioni appaltanti di tornare al modello passato di affidamento di progettazione esecutiva e realizzazione sulla base del progetto definitivo.

OFFERTA PIÙ VANTAGGIOSA
Tornare al massimo ribasso . Per appalti non complessi deve essere possibile appaltare con una gara al massimo ribasso e con l’esclusione automatica delle offerte anomale

SUBAPPALTI
No alla terna dei subappaltatori
. Eliminare l’obbligo di indicare i subappaltatori già nella fase di offerta in gara. Questo obbligo andrebbe limitato al vincitore della gara

Aeroporto Venezia/1. Arriva il maxi-bando da 280 milioni per ampliare il terminal

Espansione Nord nell’ambito della fase 2. Appalto di esecuzione con procedura negoziata previa gara e invito di sette imprese

Progetto di ampliamento del terminal dell’aeroporto di Venezia Marco Polo:

La società concessionaria Save ha pubblicato il bando di gara da 280,726 milioni di euro per la ristrutturazione e ampliamento del terminal passeggeri, lotto 2A.
La procedura adotatta, vista «la particolarità dell’oggetto dell’appalto (lavori da svolgere nell’ambito di infrastrutture aeroportuali operative)», è quella della «procedura negoziata con previa indizione di gara» di cui all’articolo 124 del Codice appalti, e cioè una gara a inviti ma preceduta da avviso pubblico in Gazzetta europea. Save , selezionerà un massimo di sette operatori economici selezionati sulla base dei criteri indicati nel Disciplinare di gara.

In realtà il disciplinare stabilisce prima i requisiti di partecipazione tra cui – oltre a quelli generali – «aver realizzato una cifra d’affari in lavori pari almeno a 2 volte l’importo a base di gara e quindi almeno pari a 561 452 058,00 EUR, nei migliori 5 dei 10 anni antecedenti la data di pubblicazione del presente bando» e «aver eseguito negli ultimi 5 anni antecedenti la data di pubblicazione del presente Bando lavori per entità e tipologia compresi nella categoria OG1 individuata come prevalente opportunamente certificati dalle rispettive stazioni appaltanti, tramite presentazione dei certificati di esecuzione lavori».

E poi stabilisce che se i concorrenti in possesso dei requisiti precedenti sono in numero superiore a sette, le invitate saranno comunque solo sette, selezionate con i criteri indicati.

L’OGGETTO
Il progetto base d’asta, oggetto dell’appalto di lavori, prevede l’ampliamento del terminal passeggeri sul lato nord con nuove superfici (destinati all’area Schengen) pari a circa 56.000 mq lordi complessivi, attraverso la realizzazione di un nuovo volume e la riqualifica degli spazi esistenti delle attuali hall partenze ed arrivi e la ridistribuzione di alcune aree funzionali.

Il nuovo volume di ampliamento prevede, in sintesi:
– un piano interrato di circa 11000 mq che ospiterà i depositi delle aree commerciali, spogliatoi e servizi igienici degli addetti aeroportuali e altre funzioni tecniche di supporto;
– un nuovo ampio locale tecnico al piano terra destinato ad ospitare il sistema di smistamento bagagli;
– la nuova sala per i varchi di sicurezza al piano primo, oltre che nuove sale d’imbarco sul fronte del piazzale aeromobili.

«Sono compresi nell’appalto la fornitura di tutti i materiali, la preparazione e/o pulizia delle superfici, l’installazione e applicazione dei materiali, tutti gli apprestamenti provvisori necessari alla realizzazione delle opere in appalto nel rispetto delle vigenti norme di sicurezza, gli apprestamenti provvisori necessari alla segnalazione e delimitazione delle aree di lavoro, tutti gli oneri derivanti dalla necessità ove prevista di eseguire le lavorazioni in modo frazionato, gli oneri derivanti dalla collocazione delle aree di lavoro all’interno dell’area dell’aeroporto e dell’aerostazione e gli eventuali oneri per approntamenti provvisori che divenissero necessari nel corso delle lavorazioni al fine di garantire la costante operatività dell’aeroporto».
«Rientra nell’oggetto dell’appalto anche la produzione dei modelli informativi costruttivi e collaudati, oltre che l’attivazione e la gestione dell’Ambiente di Condivisione dei Dati (ACDat) lungo l’intero processo informativo, secondo le specifiche contenute nel Capitolato Informativo allegato al Progetto Esecutivo delle opere».

GARE ELETTRONICHE, FILE TROPPO PESANTE E OFFERTA IN RITARDO? L’IMPRESA VA FUORI GARA

DELIBERA N. 537 DEL 6 giugno 2018

OGGETTO: Istanza singola di parere di precontenzioso ex art. 211, comma 1, del d. lgs. 50/2016 presentata da Mega Sistem di Mancuso Francesco – Procedura negoziata previa consultazione mediante RdO MEPA per la fornitura in opera di UPS – Importo a base d’asta: euro 177.000,00 – S.A.: Azienda Ospedaliera Papardo

Scarica l’allegato

LA VELOCITA’ VINCE SULLA BUROCRAZIA

L’anti-corruzione non è più la priorità. E’ più importante la velocità e dunque lo snellimento della burocrazia. Cambierà in questo senso, stando a quanto anticipa Repubblica, la normativa sugli appalti pubblici che dovrebbe essere modificata entro la fine dell’anno.

La priorità del governo è  quella di sbloccare gli appalti pubblici, liberandoli dalle presunte pastoie burocratiche. Occorre rivedere il Codice degli appalti e anche sopratutto il ruolo dell’Anac, l’Autorità presieduta da Raffaele Cantone. 

Perché l’obiettivo è liberalizzare e privatizzare. Si torna dunque alla “Legge Obiettivo” del governo Berlusconi, che metteva in mano ai privati tutte le decisioni, normativa archiviata perché rendeva più facile la corruzione.

Per il governo M5s-Lega, uno snellimento della procedura potrebbe essere il volano della ripresa. Già perché il Codice degli appalti sarebbe talmente complicato da aver frenato i bandi di gara. Ecco dunque che un organismo di cui fanno parte il ministero delle Infrastrutture, la presidenza del Consiglio, l’Ance e l’Anac, dovrà studiare le modifiche.

Ma la prima modifica da fare riguarda proprio l’Anac, il cui ruolo sarà ridimensionato notevolmente. Cantone non avrà più la possibilità di impugnare i bandi e stabilire le regole di vigilanza. Stesso discorso per i controlli sull’equo compenso e l’accreditamento delle imprese. Saltano, insomma, tutti i controlli preventivi.

Altro punto fondamentale per il governo è la privatizzazione. Il controllo dei processi di affidamento e realizzazione delle grandi opere passerebbe dal pubblico al privato, attraverso il sistema delle “concessioni”, come nella “Legge Obiettivo” di Berlusconi.

Infine i subappalti. La normativa attuale prevede un tetto del 30%, che il governo punterebbe ad elevare se non a eliminare del tutto.